Un frammento di damasco di seta italiano del XV secolo
Un frammento di damasco di seta italiano del XV secolo. Foto: autore non indicato · CC0 · Wikimedia Commons

Quando si dice che Catanzaro è stata "la città della seta" si rischia di scivolare nella retorica. Vale la pena raccontare la storia per quello che è: un'industria reale, documentata, che per alcuni secoli ha dato lavoro a migliaia di persone e poi si è spenta, lasciando dietro di sé più tracce d'archivio che monumenti da visitare.

Un nome che viene dal mestiere

La lavorazione della seta in Calabria risale all'età bizantina: le prime testimonianze di produzione serica nella regione si collocano intorno al VI secolo. Catanzaro nasce in quel contesto, e l'etimologia più accreditata del suo nome rimanda al greco katartàrioi, cioè i filatori di seta. È un caso raro: una città che porta nel nome il lavoro che vi si faceva.

Il mestiere è rimasto nell'identità cittadina anche quando l'industria non c'era più. La tradizione delle "tre V" — San Vitaliano, vento, velluto — conserva ancora oggi il riferimento al tessuto che rese famosa la città.

Il Consolato dell'Arte della Seta

La data chiave è il 1519. In quell'anno l'imperatore Carlo V concesse a Catanzaro il Consolato dell'Arte della Seta, un privilegio di autogoverno della corporazione che fino ad allora era stato riconosciuto nel Regno soltanto a Napoli. Non era un titolo onorifico: significava poter regolare la produzione, controllare la qualità, dirimere le controversie fra maestri e apprendisti. Degli statuti dell'arte si conserva una redazione datata 8 maggio 1568.

Il rapporto privilegiato con la corte era iniziato prima. Nel 1397 la città aveva donato a re Ladislao di Durazzo un parato in velluto verde, ottenendo in cambio esenzioni fiscali sulla tintura: un esempio concreto di come il tessuto fosse anche uno strumento diplomatico.

Damaschi, velluti, broccati

Le botteghe catanzaresi producevano un repertorio ampio. Il prodotto più identitario era un damasco così caratteristico da essere conosciuto con il nome della città, il catanzarito. Accanto ai damaschi si lavoravano velluti lisci, tabì, ambrosini, rasi, ormesini, lamé e broccati, con inserti di filati d'oro e d'argento destinati ai paramenti e agli arredi di lusso.

Anche la tintura era parte del saper fare locale. I colori si ottenevano da materie prime naturali: il kermes per i rossi, la radice di robbia, il mallo di noce, il cosiddetto giallo di Tropea. Erano competenze che restavano nelle famiglie e che, insieme ai telai, costituivano il vero capitale della città.

Se volete vedere la seta catanzarese con i vostri occhi, non cercate un museo: cercate le chiese. Nel patrimonio ecclesiastico cittadino si conservano paramenti sacri databili fra il XVI e il XIX secolo, realizzati con tessuti prodotti in loco. Sono visibili in occasione di mostre e aperture straordinarie: conviene informarsi sui canali ufficiali della diocesi e del Comune.

Mille telai, e poi il declino

Il momento di massima estensione è documentato dal cronista secentesco Vincenzo D'Amato, che per il 1670 parla di oltre mille telai attivi in città e di circa settemila persone impiegate nel settore. Per una città dell'epoca è una cifra enorme, e spiega perché la seta non fosse un dettaglio ma l'ossatura dell'economia locale.

La curva si inverte pochissimi anni dopo. Dal 1673 una crisi economica innescata dall'inasprimento della pressione fiscale sotto il governo vicereale spagnolo colpisce duramente il comparto; nel corso del Settecento la produzione perde progressivamente peso, fino a ridursi a un'attività residuale. Fino alla fine del XVIII secolo la città continuava comunque a produrre tessuti pregiati, damaschi in primo luogo, ma la dimensione europea era ormai alle spalle.

Cosa resta oggi

La risposta onesta è: meno di quanto meriterebbe. A Catanzaro non esiste un museo civico dedicato alla seta, e questa assenza è oggetto di un dibattito locale che va avanti da anni. Il Complesso Monumentale del San Giovanni ospita periodicamente incontri, convegni e mostre sull'arte serica in Calabria, ed è il luogo dove più spesso il tema torna in circolazione.

Nell'entroterra catanzarese, invece, una cooperativa di giovani agricoltori ha ripiantato i gelsi e riavviato l'allevamento del baco da seta, affiancando alla produzione un piccolo percorso museale e attività didattiche. È l'iniziativa che più di ogni altra restituisce l'idea del ciclo completo: dalla foglia al filo.

Portarsi dietro il filo, camminando in città

Per chi soggiorna a Catanzaro, la seta è soprattutto una chiave di lettura. Spiega il nome della città, la sua posizione arroccata, il rapporto con Napoli e con la corte spagnola, la ricchezza di certi arredi di chiesa in un centro che altrimenti sembra modesto. Camminare lungo il crinale del centro storico con questa storia in testa cambia quello che si guarda. E se volete una base tranquilla da cui muovervi a piedi e in auto, trovate tutti i dettagli nella pagina dell'appartamento.

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